TRENT'ANNI DOPO, AL PUNTO DI PARTENZA di Mario Adinolfi Il 9 novembre 1…

TRENT'ANNI DOPO, AL PUNTO DI PARTENZA
di Mario Adinolfi

Il 9 novembre 1989 il crollo del Muro di Berlino arrivò improvviso quanto inaspettato. Il mondo che esisteva trent'anni fa pareva in crisi, certo, ma gli equilibri sembravano a loro modo necessari e dunque inamovibili. Esisteva una Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche che si presumeva non potesse accettare di veder spazzata via la sua influenza imperiale sugli Stati satelliti dell'Europa dell'Est in nome del comunismo. Invece, di colpo, tutto accadde con eventi che presero un'accelerazione improvvisa e lasciarono a bocca aperta e lacrime agli occhi un diciottenne come me che con vera commozione ammirò i coetanei di Berlino Est picconare il Muro gridando con felicità "freiheit, freiheit". Libertà. Il Novecento si chiuse quella notte, c'è chi scrisse addirittura che quella notte era "la fine della Storia". Di certo è una traccia della vicenda umana che va ripercorsa riflettendo su prodromi e esiti.

La fine del comunismo in Europa, il collasso immediatamente successivo dell'Urss, fu dovuto ad una serie di fattori. Il più evidente riguardava la diversa velocità a cui procedevano Occidente e Blocco di Varsavia. Hai voglia a censurare, ma se a Berlino Ovest lo sviluppo diventa opulenza grazie a capitalismo e libertà democratiche, mentre a Berlino Est la cappa oppressiva impedisce qualsiasi tipo di evoluzione delle ambizioni naturali delle persone e le inchioda a una mera sussistenza, è chiaro che prima o poi lo stridore diventa terremoto. Non a caso la Cina comunista regge avendo concesso la libertà di arricchirsi, mantenendo chiuse a chiave le libertà civili e democratiche. In Europa la vicinanza fisica tra modelli opposti ha reso uno attraente, l'altro insopportabile.

Indubbiamente, però, in Europa il fattore scatenante dell'intero processo di liberazione dal comunismo fu il lavoro compiuto da San Giovanni Paolo II. Il Papa fin dal primo giorno di pontificato, nell'arcinoto discorso del 22 ottobre 1978 del "non abbiate paura", punta il dito contro "i sistemi economici come quelli politici" che temono Cristo: "Solo Lui ha parole di vita, sì, di vita eterna". Ma il passaggio cruciale si compie dal 2 al 10 giugno 1979 quando Karol Wojtyla torna in Polonia come Papa slavo e il 3 giugno, giorno di Pentecoste, a Gniezno culla del cattolicesimo polacco pronuncia incurante dei rischi queste solenni parole: "Non dispone forse lo Spirito Santo che questo Papa polacco, Papa slavo, proprio ora manifesti l’unità spirituale dell’Europa cristiana? Bisogna che in occasione del Battesimo della Polonia sia ricordata la cristianizzazione degli Slavi: dei Croati e degli Sloveni, fra i quali lavorarono i missionari, già intorno all’anno 650, portando in gran parte a compimento l’evangelizzazione verso l’anno 800; dei Bulgari, il cui principe Borys I ricevette il battesimo nell’864 o 865; dei Moravi e Slovacchi, presso i quali giunsero i missionari prima dell’850, seguiti nell’863 dai Santi Cirillo e Metodio, che vennero nella grande Moravia a consolidare la fede delle giovani comunità; dei Cechi, il cui principe Borivoi fu battezzato da San Metodio. Nell’ambito dell’irradiazione evangelizzatrice di San Metodio e dei suoi discepoli si trovarono anche i Vislani e gli Slavi abitanti in Serbia. Occorre ricordare anche il Battesimo della Russia a Kiev, nel 988. Bisogna infine ricordare la cristianizzazione degli Slavi dimoranti lungo l’Elba: Obotriti, Wieleti e Serbi Lusaziani. La cristianizzazione dell’Europa si compì col battesimo della Lituania negli anni 1386 e 1387. Il Papa Giovanni Paolo II – slavo, figlio della Nazione Polacca – sente quanto siano profondamente affondate nel suolo della storia le radici dalle quali lui stesso prende origine, quanti secoli abbia alle spalle questa parola dello Spirito Santo che egli stesso annuncia e dal Colle Vaticano di San Pietro e qui, a Gniezno".

Il discorso di Gniezno del 3 giugno 1979 è l'assalto dato da San Giovanni Paolo II all'Urss e a tutte le nazioni del Patto di Varsavia. Il minuzioso elenco di luoghi e Paesi da liberare in nome della radice cristiana inutilmente conculcata dai regimi atei del socialismo reale, diventa una sola singola frase precisa nel discorso di piazza della Vittoria a Varsavia: "Non si può escludere Cristo dalla storia dell’uomo in qualsiasi parte del globo, e su qualsiasi longitudine e latitudine geografica: l’esclusione di Cristo dalla storia dell’uomo è un atto contro l’uomo". I polacchi presenti, oltre un milione, scoppiarono in un fragoroso applauso che sembrava fosse stato trattenuto per più di trent'anni. Per dieci minuti il Papa non riuscì a proseguire il discorso, perché il rumore dell'uragano di battimani sovrastava le sue parole. Un anno dopo con l'immagine della Madonna Nera di Chezstochowa sul bavero, Lech Walesa fondava il sindacato Solidarnosc iniziando a picconare politicamente il regime comunista. Da lì, in meno di un decennio, è venuto giù tutto.

Anche in Italia dopo il 9 novembre 1989 nulla è stato più uguale. Quattro giorni dopo alla Bolognina il segretario del Partito comunista italiano, Achille Occhetto, annunciò il congresso per il cambio dell'insegna della ditta: era l'inizio della fine del Pci, che lasciò strada al Pds però solo al congresso del febbraio 1991, anno della fine dell'Unione Sovietica. Per paradosso, le classi dirigenti comuniste resistettero tutte, a livello politico, sindacale, giornalistico. A pagare furono i vincitori, cioè i partiti anticomunisti del pentapartito che governava l'Italia: Democrazia cristiana, Partito socialista, Partito liberale, Partito socialdemocratico, Partito repubblicano non potevano neanche lontanamente immaginare che le elezioni politiche del 1992, le prime a cui si presentava il Pds con lo stesso gruppo dirigente del Pci, sarebbero state le loro ultime. Tutti quei partiti con i loro gruppi dirigenti sono stati spazzati via e alle elezioni politiche successive del 1994 semplicemente non esistevano più. Si era conclusa la loro funzione storica di diga al comunismo.

Trent'anni dopo, che lezione ci lascia il crollo del Muro di Berlino? Le persone stanno meglio nel 2019 rispetto al 1989? Diciamolo con chiarezza, la fine del comunismo è stata un bene: è la dimostrazione che l'inaspettato può accadere, se si lavora a costruire con coraggio le condizioni affinché accada. Centinaia di milioni di persone hanno conosciuto finalmente la libertà ma ho come l'intenzione che, come per noi occidentali, sia una libertà "da" e non una libertà "per". Mi viene in mente un album di Francesco Guccini che, pubblicato nel 1970, si intitolava "Due anni dopo". Un disco di disillusione per questo ragazzone sessantottino che scopre poi che l'ideologia per la quale si batte è quella che poi ha dato origine a un sistema politico che manda i carri armati a soffocare i riformisti a Praga. Tante chiacchiere sulla libertà per poi vederla bruciare "come Jan Hus" nell'immagine straziante che rimanda nella gucciniana "Primavera di Praga" al sacrificio del giovane Jan Palach che si dà fuoco in piazza San Venceslao davanti ai tank sovietici. Quando a Guccini capitava di ricantare la title track di quell'album cambiava le parole e da "due anni dopo" diventano "vent'anni dopo / e al punto di partenza".

Trent'anni dopo il crollo del Muro siamo ancora al punto di partenza? Aneliamo alla libertà, ma non sappiamo che farcene? Un'altra poesia in musica che mi sovviene, scritta dal cileno Julio Numhauser, dice che in realtà "todo cambia", tutto cambia. La cantava spesso l'argentina Mercedes Sosa, era una sorta di suo cavallo di battaglia, anch'essa in un contesto dittatoriale che la faceva sentire accomunata all'autore cileno. Sotto dittatura comunista (come in Europa dell'Est) o sotto dittatura fascista (come in Cile o in Argentina) vediamo cambiare tutte le cose, vediamo cambiare noi stessi e non è strano che accada, dice il poeta. Quel che non cambia è "el dolor de mi pueblo y de mi gente". Mi sembra di ritrovarmi un po' in questa condizione e non mi meraviglia che oggi l'idea di "ospedale da campo" sia quella prevalente nella Chiesa ancora guidata da un Papa non italiano, stavolta proprio argentino. L'idea è che la splendida conquista di libertà del 9 novembre 1989 non sia stata capace in questo trentennio di lenire davvero il dolore dell'uomo come invece in quella commovente notte di trent'anni fa abbiamo tutti sperato.

Ma tutto cambia e Cristo è venuto "a far nuove tutte le cose", quindi la forza della strada compiuta è forza per la strada da compiere ancora. il patto tra noi per essere il cambiamento che vogliamo nel mondo è sempre lo stesso: non avere paura. E sapere che l'inaspettato può accadere, anche dalla sera alla mattina. Occorre però lavorare affinché accada e questo attiene alla nostra personale responsabilità, alla nostra capacità di non essere indifferenti o fatalisti, che poi all'atto pratico sono atteggiamenti identici. Operosità e preghiera restano la radicale lezione più utile al cristiano per produrre quella novità che può manifestarsi anche in tempi che paiono occultati alla speranza.




Source